Dafne, moderna Faithfull fra le ombre della sua stanza.

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Primo album di canzoni originali in inglese della cantautrice bergamasca, degna epigona della Marianne Faithfull e della Patti Smith più crepuscolari.

Un disco italiano di cui andare fieri.

 

È un po’ che non compro riviste musicali in edicola, quindi potrei non essere aggiornato: non so se negli spazi delle recensioni dei dischi esistano ancora quelle “riserve indiane” dai titoli tipo Made in Italy o simili, concepite per riservare uno spazio agli album di artisti italiani, altrimenti sempre figli di un dio minore rispetto alle big thing d’oltremanica o d’oltreoceano

 

Ammetto d’esser stato per anni una vittima eccellente di questa esterofilia, ma oggi mi chiedo perché poi? Gli articoli che abbiamo pubblicato di recente qui su dischi indie nostrani testimoniano di artisti non meno originali di quanto ci arriva ultimamente dalle capitali dell’Impero del Sound.

Prendiamo The Rest of Me di Dafne, voce epigona delle Patti Smith e PJ Harvey più crepuscolari: dopo essersi fatta notare con un primo album (Some Tales, di cui vedete la cover sotto a sinistra)–composto di  pregevoli cover acustiche di classici di Velvet, Bowie, Waits, Cave, Johnson, Eco and the Bunnymen, ma anche dei più recenti Vedder, Cousteau, Radiohead e Muse – la malinconica ex avvocato bergamasca s’è spinta in mare aperto firmando le proprie composizioni.

Ok, i succitati numi tutelari definisco molto bene il “perfumed garden” sonoro di Dafne, ma per affrontare cotanti riferimenti ci vuole classe e la sua – come si suol dire – non è acqua. Per cui osiamo una provocazione che sorge così, spontanea: avete ascoltato l’ultimo album di Marianne Faithfull, Give My Love To London ?

Disco godibilissimo e del tutto all’altezza di “her satanic majesty”, beninteso. Solo che per metterlo insieme, la 68enne ex Miss Jagger ha potuto raccogliere intorno a sé autori come Nick Cave lui même, Leonard Cohen, Roger Waters, Steve Earle e una “figlioccia” di talento ormai indiscusso come  Anna Calvi; facendolo poi suonare ad Adrian Utley (Portishead), Rob Ellis (PJ Harvey), Warren Ellis e Jim Sclavunos (Bad Seeds), Ed Harcourt e la stessa Calvi, fino a guru del suono come Brian Eno e Flood. Non per togliere alcunché alla charmante Marianne, di cui il sottoscritto è un fan da anni e che anche dal vivo vale la sua fama, ma con cavalieri alla propria tavola, come può venir fuori un brutto disco?!

Dafne invece ha fatto tutto da sola, sostenuta solo dai meno blasonati Paolo Filippi (chitarra), Paolo Legramandi(basso), Diego Zanoli (fisarmonica), Sergio Pescara (batteria), Cisco Portone e Antonio Leofreddi(viola), Yuri Goloubev e Massimo Moriconi (contrabbasso), i quali provengono da back ground differenti – rock, folk, jazz e classica – come, secondo me, traspare, per esempio, da una citazione classica come il motivo del Cigno di Saint Saens nell’accompagnamento di Sitting In My Car (anche se l’artista ci spiega che “se c’è, è del tutto involontaria; non pensavo al cigno quando ho scritto la melodia per la viola di quel brano”). Ma che circondano il piano, il guitalele (ukulele a 6 corde) e le percussioni suonate dalla cantautrice, attanagliandosi alle sue atmosfere brumose come una vera band di Tom Waits ai tempi di Rain Dogs (anche se certo non dirompenti come fu l’album dell’orco californiano per la canzone d’autore blues nel lontano 1985).

 

Sicché, anche senza sfoggiare star di culto nei credit, raggomitolata nella sua cameretta (da cui immaginiamo provenga la tappezzeria che fa da sfondo al booklet coi suoi sofferenti testi) e abbracciata alla sua bambola (Me and my doll), Dafne non ci fa mancare niente, evocando il gotha delle summenzionate eroine del buio: Patti,Marianne, una Polly unplugged, una punta di Tori Amos (al piano in Hanging) e magari una della stessa Anna Calvi (meno urlata). Ma non lasciatevi depistare da tutti questi paragoni, usuale via di salvezza del recensore: quello di Dafne è un talento autentico e personale.

 

Un disco italiano di cui andar fieri, speriamo che trovi la via di un meritato riconoscimento anche fuori dei confini nazionali, cui ha diritto d’aspirare, non solo grazie al cantato in inglese e ai nobili riferimenti.

 

 

 

Posthuman.it – Aprile 2015

Mario Gazzola

 

www.posthuman.it

 

 

 

ITALIANS  DO IT BETTER?

di Andrea Trevaini

 

DAFNE - SOME TALES / RNC MUSIC-SELF

 

Facile innamorarsi di un disco cosi, già la copertina dai toni vagamente onirici intriga, poi, dopo aver dato un’occhiata alla song-list, si rimane impressionati per il coraggio di questa ragazza; è vero sono tutte cover, ma che brividi leggendo la lista.

L’illuminazione viene però  quando ascolti Dafne, con la sua voce lieve, ma al contempo cupa, o roca quando serve, non sensuale, ma calda o algida a seconda di quello che canta. Brava la ragazza; confrontarsi con Brian Eno, David Bowie, Lou Reed, Tom Waits, Nick Cave, Eddie Vedder, Thom Yorke, Robert Johnson, non è da tutti.

Ebbene Dafne esce da questi confronti a testa alta, grazie alla sua classe, ma anche ad una produzione accurata (Paolo Filippi) ed a musicisti in grado di valorizzarla.

 

 

(Buscadero, Novembre 2012)

 

 

 

DAFNE “Some Tales”

 

PLAY MUSIC – octobre/novembre 2012 -

de Marco Grompi

 

Dafne è una cantante bergamasca al debutto con una raccolta di cover d’autore scelte sulla base di una partecipazione emotiva capace di evidenziarne le ottime doti interpretative, supportate dall’elegante veste acustica approntata per l’occasione dal produttore e chitarrista Paolo Filippi. Il repertorio evita accuratamente i luoghi comuni (solo le, peraltro pregevoli, riletture di Venus in Furs dei Velvet Underground e di Karma Police dei Radiohead appaiono scelte un po’ prevedibili) ed è affrontato con un bel pathos interpretativo, denudando alcune gemme del songbook meno frequentato di David Bowie (Slow Burn), Tom Waits (Dead and Lovely), Brian Eno (By This River) e altri (Echo & the Bunnymen, Robert Johnson) e infondendo loro sapori mitteleuropei (sorprendente Uno dei Muse) o genuinamente jazzati (la scurissima Spell di Nick Cave qui accarezzata dal piano di Francesco Chebat e dal sax di Tino Tracanna). Dafne dimostra doti espressive notevoli per la misura con cui sa dosare una voce dalle ambrature assai interessanti (particolarmente riuscite le pianistiche Your Day Will Come dei Cousteau e Society di Eddie Vedder con le percussioni di Israel Varela) facendo crescere la curiosità di riascoltarla alle prese con del materiale originale, magari addirittura autografo.

copywrite by Dafne Franzoni 2015